Il Ministero della Difesa condannato per l’uranio impoverito, sapevano e non hanno tutelato i militari italiani!

13/01/2009 alle 09:55 | Pubblicato su politica, società | Lascia un commento
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Ieri le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che riportava la condanna del ministero della Difesa a un risarcimento di oltre mezzo milione di euro nei confronti di Giambattista Marica, paracadutista di leva che si è ammalato di tumore durante la missione “Ibis” in Somalia, dove aveva partecipato per otto mesi alle operazioni militari internazionali all’interno della missione “Restore hope”. Il procedimento è partito il 2001 e il 17 dicembre scorso, la sentenza del tribunale. Nel provvedimento viene riportato il parere di un consulente tecnico che afferma l’esistenza di un nesso di causalità tra il Linfoma di Hodgkin (la malattia riportata dal militare, ora in fase di «remissione definitiva») e l’esposizione all’uranio impoverito. L’esperto designato dal tribunale, smentisce le conclusioni dell’indagine scientifica compiuta dalla Commissione Mandelli, secondo cui tale nesso non può essere accertato.

Il tribunale ha condannato il ministero della Difesa perché non si è preoccupato di adottare adeguate misure di protezione per i soldati italiani in Somalia, analogamente a quanto invece avevano fatto gli altri Paesi coinvolti nella missione, primi fra tutti gli Stati Uniti. Il Ministero della Difesa aveva ignorato le informazioni in suo possesso, già da molto tempo, in merito alla presenza di uranio impoverito in Somalia e non si era preoccupato affatto delle segnalazioni arrivate dagli stessi militari italiani che vedevano i colleghi internazioni adottare misure protettive specifiche. Lo stesso Marica “denunciò subito il fatto che i militari Usa in Somalia, anche a 40 gradi all’ombra, operavano con tute, maschere, guanti e occhiali, mentre i soldati italiani erano in calzoncini corti e canottiera”. Falco Accame, presidente dell’Anavafaf, un’associazione che assiste le vittime arruolate nelle Forze armate, cui lo stesso Marica si era rivolto nel 2001 per rendere pubblico il suo caso – e che ha reso nota questa sentenza del tribunale di Firenze – parla di sentenza storica.

Le autorità italiane non seppero del pericolo che il 2 agosto 1996 da una direttiva NATO riservata e indirizzata a tutti gli stati maggiori dei paesi alleati, ma le autorità italiane la resero pubblica soltanto il 22 novembre 1999 quando apparvero le norme di protezione destinate ai militari nei Balcani.  Sul numero delle vittime, sottolinea Accame, l’incertezza è ancora totale: si oscilla, a seconda delle rilevazioni, tra i 77 e i 160 morti, e tra i 312 e i 2.500 malati.

Potete scaricare gratuitamente il libro di Falco Accame sulla vera storia delle vittime dell’uranio impoverito cliccando qui.

Maggiori informazioni le trovate sul blog dell’associazione cliccando qui.


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