La Cgil dice no all’accordo sui contratti, ma Cisl e Uil non vogliono il referendum tra i lavoratori

01/02/2009 alle 17:11 | Pubblicato su politica | 1 commento
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Il 2009 per il mondo del lavoro “sarà l’anno della svolta, una notivà storica” – così commentava il Ministro del welfare Sacconi dopo la firma il 22 gennaio scorso dei sindacati, dell’accordo quadro di riforma degli assetti contrattuali sia del settore pubblico che privato. Accordo che non è stato sottoscritto dalla CGIL che lo ha definito irricevibile perché presentato dal Governo come non modificabile. Se il più grande sindacato italiano si rifiuta di firmare un accordo così importante per le sorti dei lavoratori e delle lavoratrici, un motivo ci deve essere a meno che di passare sempre per il classico guastafeste. E proprio questa è stata l’impronta che stampa e televisioni hanno dato alla notizia, e cioè “la CGIL si mette di traverso, la CGIL con il solito pregiudizio ideologico non firma”. Questo il messaggio fatto passare. Il segretario della CGIL Guglielmo Epifani ha osservato che «non è mai accaduto che una revisione del quadro di regole contrattuali sia stata sottoscritta senza il consenso di una delle parti sociali fondamentali». Inoltre Epifani ha sottolineato come: «Per la Cgil un accordo sulle regole ha un valore se i lavoratori con il loro voto a definire validità e pienezza democratica».

Le due grandi novi di questo accordo riguardano la durata dei contratti che saranno triennali e la modalità del recupero del potere di acquisto di stipendi e salari, che non sarà più legato all’inflazione programmata (già nettamente inferiore a quello reale), bensì ad un nuovo indice l’IPCA (indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo per l’Italia), depurato dall’andamento dei prezzi dell’energia.

Proprio su quest’ultimo punto la CGIL ha espresso tutto il suo dissenso affermando che di fatto l’accordo apre ad una riduzione programmata dei salari da qui a 4 anni, tanto è infatti il periodo di applicazione dell’accordo in via transitoria.

Numerosi economisti non certo tacciabili di essere “comunisti”, definiscono l’inflazione previsionale un concetto arbitrario, complicato e per niente trasparente. Il compito di calcolare questo indice andrebbe ad un soggetto terzo indipendente, ma a chi? Gli eventuali aumenti di salario che potrebbero essere introdotti dipenderebbero molto da quando il contratto viene firmato: se l’IPCA aumenta, i sindacati vorranno ritardare la trattativa per aspettare un indice maggiore, mentre invece quando l’inflazione sta diminuendo, saranno i datori di lavoro a voler ritardare il più possibile la firma del contratto. E ci troviamo proprio in questo periodo. Da qui ai prossimi anni, infatti, l’inflazione tenderà a scendere progressivamente a causa della prolungata recessione economica in cui il Paese è entrato. Inoltre l’indice si applicherebbe esclusivamente sui minimi tabellari del contratto nazionale ed Epifani ha spiegato che in questo modo il livello nazionale dei salari non recupererà mai il potere d’acquisto perso, in quando tende a coprire dall’inflazione soltanto le retribuzioni inferiori. Cioè l’indice esclude i cosiddetti superminimi che compongono la retribuzione effettiva. Si andrebbe pertanto verso un appiattimento dei salari e stipendi.

Epifani punta a conservare intatto il peso della contrattazione nazionale perché è l’ unico strumento che lui ritiene in grado di tutelare anche chi è escluso dalla contrattazione di secondo livello, quella cioè al livello aziendale che non è presente nelle piccole imprese. E insiste nel chiedere la detassazione tout court non degli aumenti legati alla produttività, ma dei redditi dei lavoratori dipendenti.

Epifani ha chiesto che siano i lavoratori con un referendum a poter scegliere, ma i leader degli altri due sindacati Bonanni (Cisl) e Epifani (Uil) hanno risposto con un secco no! E’ forse con l’informazione che si riesce a consapevolizzare i lavoratori su scelte fondamentali per la propria esistenza? Sì proprio così. Per questo non si vuole il referendum, ma si preferisce come Bonanni e Angeletti hanno fatto, trattare privatamente a casa di Berlusconi con Confindustria, senza la CGIL che rappresenta ancora il principale sindacato italiano.

Vogliamo scommettere che uno dei due leader di CISL e UIL sarà candidato alle prossime elezioni europee dal PDL?

E’ un dato conclamato che le retribuzioni in Italia sono le più basse d’Europa e sicuramente se da un lato la pressione fiscale non diminuirà, dall’altro il potere d’acquisto di certo non potrà risollevarsi.

Grazie alla censura delle informazioni sulla grave recessione economica in cui siamo entrati, gli imprenditori intanto in molte realtà ne stanno approfittando per licenziare e Confindustria auspica di ripartire con regole nuove solo per avere meno lacci e lacciuoli per il mercato del lavoro, come se il rilancio dell’economia passi solo attraverso l’abbattimento dei salari e il restringimento delle tutele per i lavoratori.

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1 commento »

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  1. Grazie della spiegazione, avevo già notato che i media davano molta enfasi al no della CGIL ma passavano oltre sul perchè… finalmente un po’ di chiarezza.


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