Credit default swaps e il rischio sul debito pubblico italiano

15/03/2009 alle 12:24 | Pubblicato su economia, politica | 5 commenti
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I Credit Default Swaps (CDS) sono stati inventati da Wall Street alla fine del 1990. Consistono in strumenti finanziari destinati a coprire le perdite di banche, società, stati e obbligazionisti, quando questi ultimi vanno in default – quando cioè non riescono più ad onorare il rimborso del prestito.

In sostanza, si tratta di una forma di assicurazione. Il suo scopo è di rendere più agevole l’emissione di titoli di debito riducendo il rischio per l’acquirente. Facciamo un esempio: un risparmiatore acquista 1 milione di euro di obbligazioni della banca X e si assicura contro il rischio di mancato rimborso di quel prestito a scadenza. Se la banca che ha emesso l’obbligazione fallisce, l’assicurazione risarcisce l’assicurato per la sua perdita.

Il mercato dei credit default swap è enorme. Negli Stati Uniti agli inizi degli anni 2000, aveva raggiunto quota 900 miliardi di dollari per arrivare fino ai giorni nostri a quasi 50 miliardi di dollari. Circa due volte le dimensioni di tutto il mercato azionario statunitense. E nel mondo si contano quasi 30 trilioni di dollari di questi strumenti finanziari, più dell’interno PIL mondiale.

Ma la speculazione è ben presto arrivata anche sui cds. Il mercato dei cds è molto esteso come abbiamo detto, in molti casi l’ammontare di questi strumenti in circolazione e riferiti ad un singolo ente è ampiamente superiore alle obbligazioni in circolazione. Ad esempio, la società X potrebbe avere 1 miliardo di dollari di debito in circolazione e 10 miliardi di dollari di contratti cds in circolazione. Qualora la società X risultasse insolvente, e si riuscisse a recuperare solo 40 centesimi per dollaro, la perdita per gli investitori che detengono le obbligazioni ammonterebbe a 600 milioni di dollari. La perdita per coloro che hanno venduto CDS ammonterebbe invece a 6 miliardi di dollari. Invece di disperdere il rischio, i cds di fatto amplificano le perdite nel caso di insolvenza.

E proprio per questo motivo che il colosso delle assicurazioni americano A.I.G. è stato nazionalizzato nel settembre 2008 dal Governo USA, per evitare che il suo defaut creasse una catena di fallimenti in tutto il mondo a causa dell’ingente quantitativo di contratti di credit default swap sottoscritti dalla società.

Warren Buffett uno degli uomini più ricchi del mondo, soprannominato anche “l’oracolo di Obama”, ha definito in una famosa frase i CDS come “armi finanziarie di distruzioni di massa”.

Ma i cds assicurano anche il debito pubblico degli stati: vuol dire che i grandi investitori che sottoscrivono titoli di stato (come i bot e i btp nostrani emessi dal Ministero del Tesoro), si assicurano contro l’eventuale rischio di insolvenza del Paese emittente. Ovviamente non si assicurano i piccoli risparmiatori che acquistano 30-50 mila euro di bot, ma lo fanno le grandi banche oppure le grandi società, i cosidetti investitori istituzionali.

  1. IRLANDA 347
  2. AUSTRIA 275
  3. GRECIA 259
  4. ITALIA 200
  5. AUSTRALIA 187
  6. HONG KONG 162
  7. REGNO UNITO 159
  8. SPAGNA 152
  9. SVEZIA 149
  10. BELGIO 148

Questa classifica mostra la top-ten dei principali paesi industrializzati con il relativo valore del contratto cds a 5 anni, necessario per assicurarsi contro un’esposizione di 10 milioni di euro su titoli di stato. I valori variano quotidianamente.

Per l’Irlanda, ad esempio, costa 347 mila euro assicurarsi da un’esposizione di 10 milioni di euro su titoli del Tesoro. Le quotazioni dei Cds dopo il fallimento nel settembre scorso di Lehman brothers si sono impennate e sono monitorati attentamente dagli stati e dai principali organismi internazionali.

I timori che serpeggiano in questi giorni nel vecchio continente fanno temere per la bancarotta di uno stato dell’Unione Europea con la sua conseguente uscita dall’euro. L’esposizione fuori controllo di capitali nell’est europeo dell’Austria, ad esempio, ne farebbe uno dei principali candidati. E nemmeno il suo rating, ancora tripla A, sembrerebbe poterla salvare. A Londra, operatori finanziari autorevoli azzardano che se ci sarà il default dell’Austria non basteranno certo i Tremonti-bond a evitare i fallimenti o le perdite di capitalizzazione delle banche italiane (molto esposte nelle economie dell’est europeo). Per alcuni istituti italiani, infatti, si stimano perdite almeno del 25% sul totale. Insomma la situazione è grave.

Come ama ripetere il Ministro Tremonti, che accusa i giornali di fare terrorimo, lo Stato italiano ha il terzo debito del mondo senza avere la terza economia del mondo. Ma nonostante i suoi attacchi ai media, il debito pubblico continua ad essere fuori controllo. La Banca d’Italia ha comunicato venerdì scorso che alla fine del 2008 il debito pubblico italiano si è attestato a 1.663.637 milioni ovvero al 105,8% del prodotto interno lordo, in rialzo rispetto al 103,5% del Pil del 2007 (1.598.975 milioni).

Il rischio del default-Italia purtroppo esiste ed è reale quanto tangibile, forse prima toccherà ad altri Paesi europei, ma a nessuno è dato saperlo. Certo è che i media non ne parlano proprio e lo stesso Tremonti preferisce defilarsi quando i giornalisti gli fanno domande scomode sulle banche italiane.

Il problema è che tutti gli Stati europei, per finanziare deficit crescenti causati dal pompaggio di soldi nelle banche disastrate ed in piani d’emergenza di stimolo all’economia, emetteranno nel 2009 una montagna di titoli di stato (2000 miliardi in UE e 3000 miliardi in USA!)

Anche l’Italia bussa alle porte del mercato con emissioni nutrite: un record è già stato toccato a fine gennaio, con 41 miliardi di titoli tipo Bot, e 25 di titoli a più lunga scadenza.
L’«ingorgo» di emissioni nei prossimi mesi fa aleggiare lo spettro dell’asta semi-deserta o deserta…per questo aumentano gli spread degli stati più a rischio come l’Italia: per evitare che l’asta vada deserta bisogna pagare più interessi agli investitori, bisogna “attirarli” con un maggiore rendimento
Questo “giochino” però a noi costa caro: ogni anno aumenta l’interesse da pagare sul nostro colossale debito pubblico ed i nostri conti peggiorano…Il proverbiale cane che si morde la coda. Ed è anche per questo che il Ministro Sacconi lo scorso dicembre si fece scappare certi “Lapsus”…

3/12/2008
Sacconi: “Non possiamo permetterci neanche lontanamente che vada deserta un’asta pubblica di titoli di Stato. Ci sarebbe una carenza di liquidità per pagare pensioni e stipendi e faremmo come l’Argentina”
Sacconi aggiunge di essere anche lui “preoccupato per il rischio di default del Paese. E c’è – ha proseguito – qualcosa di peggiore della recessione che è la bancarotta dello Stato, una ipotesi improbabile ma comunque possibile”. Parole non certo tranquillizanti, tanto che poco dopo il ministro corregge il tiro, precisando in una nota: “Non ho mai detto che può esserci un rischio di tale natura. Sono costretto a intervenire dalla disinvoltura con cui alcuni hanno interpretato una considerazione più volte ripetuta circa la necessità di tenere alto il livello di guardia sul debito pubblico, attribuendomi addirittura un presunto ‘rischio bancarotta’”.

9/12/2009 I timori degli altri paesi membri dell’UE si materializzano di ora in ora. Ieri l’agenzia di rating Fitch ha abbassato il rating della Grecia a BBB+ con outlook negativo, di riflesso alle preoccupazioni che circondano rispetto all’andamento delle sue finanze pubbliche e alle incertezze che gravano sulla ripresa economica. I timori di “un eventuale default all’interno dell’unione monetaria è possibile”, a detta di Peter Vanden Houte, capo economista per l’area euro di Ing, secondo cui la reazione del mercato all’annuncio di Fitch è dettata “da una genuina paura della bancarotta” di Atene.  Una possibilità che sembrava essere stata scongiurata nel periodo più nero della crisi finanziaria, ma che si ripresenta per la Grecia, il membro più debole dell’Eurozona. Lo scorso anno si era temuto per l’allargamento degli spread in tutti i Paesi europei, in particolare Francia e Italia. A un anno di distanza gli spread si sono ridotti, tranne che per Irlanda e Grecia.

I giudizi di Fitch e S&P si riflettono anche sui titoli di Stato. Lo spread fra i bond governativi a 10 anni di Grecia e Germania ha raggiunto i 226 punti base, ai massimi da aprile. Al contempo il costo per assicurare il debito sovrano della Grecia contro il rischio default è salito ulteriormente: i credit default swap (CDS) a cinque anni sul debito greco sono cresciuti a 211 punti base, in rialzo di 20 pb dalla chiusura di lunedì.

Tuttavia gli investitori si stanno assicurati maggiormente contro il default dell’Italia che per ogni altro Stato, secondo la società finanziaria DTCC ” pone l’Italia al primo posto seguita a lunga distanza da Spagna, Germania, Brasile e Grecia. L’Italia è prima grazie al suo enorme debito pubblico.  Ecco la classifica della posizione dei CDS dei principali paesi occidentali al 26 novembre scorso.



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