Terremoto L’Aquila: prestiti personali ai terremotati sopra l’8%. Dov’è la notizia?

24/05/2009 alle 12:06 | Pubblicato su economia, politica, società | Lascia un commento
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Gianfranco Sciarra, responsabile della tv abruzzese ATV7, attraverso delle riprese nascoste recandosi in due banche del territorio aquilano, ha denunciato ieri che  le proposte di prestito personale che due istituti di credito hanno fatto ai terremotati con la casa lesionata o distrutta, sono tutti abbonantemente sopra l’8%.

Mi chiedo dove sia la notizia? O meglio mi chiedo perchè lo sconcerto e l’indignazione che oggi i quotidiani riportano sul fatto, non debba essere indirizzato all’intero sistema del pricing dei prestiti personali.  Sì, perchè i tassi che il servizio di ATV7 ha evidenziato sono in linea con il mercato dei prestiti personali non finalizzati. Anche se andate alle Poste per un prestito personale sopra i 20 mila euro avrete un tasso del 8.50%! E allora di cosa ci si meraviglia? O meglio di cosa ci si indigna? Forse della mancata pietà per chi ha avuto la casa distrutta da un terremoto?

Bisognerebbe indignarsi per gli alti costi che il sistema bancario pratica per i prestiti personali in tutto il Paese, dal momento che il tasso ufficiale BCE è del 1%!

E la Prefettura de L’Aquila ha chiesto addiritturo di acquisire il video della registrazione dell’emittente ATV7. I documenti di sintesi sulle proposte di prestito personale sono esposti in tutte le sale delle banche o delle Poste, quindi ripeto di cosa ci si indigna?

E’ noto a tutti, Governo compreso, quali siano gli alti tassi d’interesse sui prestiti personali in Italia!

Che il Prefetto de L’Aquila acquisisca la registrazione di quel video è tempo perso, le banche non si fanno impietosire se il denaro che gli chiedi ti serve per ricostruire la casa distrutta dal terremoto, come non si fanno impietosire se chiedi un prestito perchè sei rimasto senza lavoro e non puoi più pagare le bollette, anzi in questo caso non te lo danno proprio!

Class Action: come previsto Berlusconi blocca ancora l’entrata in vigore del ricorso collettivo per i consumatori

17/05/2009 alle 12:43 | Pubblicato su economia, politica | Lascia un commento
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Nel post che avevo scritto il 13 febbraio scorso avevo concluso dicendo che sicuramente il Governo avrebbe fatto slittare ancora l’entrata in vigore della class action. Tanto è stato. Salvo nuovi rinvii l’azione collettiva dovrebbe partire dal 1 luglio 2009, ma con nuove e sconcertanti novità in barba ai consumatori e a tutti i cittadini rispettosi della legge.

Nell’emendamento del PDL votato il 14 maggio scorso al Senato, si cancella definitivamente qualsiasi azione di retroattività della Class Action. Il Governo aveva  sbandierato ai quattro venti, come motivazione per la sospensione della legge sulla Class Action, quella di apportare dei miglioramenti, estendendola anche ai servizi pubblici. Ieri, invece, attraverso l’approvazione di questo emendamento, l’esecutivo ha manifestato chiaramente la sua vera intenzione, e cioè quella di sterilizzare la legge, renderla inoffensiva e garantire, in questo modo, i poteri forti.

Il Ministro Brunetta ha abbozzato ma non mi pare che abbia presentato le dimissioni per questa marcia indietro del Governo: l’ennesimo canta storie!

E così la Confindustria ringrazia, come pure tutti i poteri forti dalle banche ai grandi monopolisti.

Che dire? Di certo la notizia non ha avuto ampio risalto sui media e dire che una legge che dia garanzie ai consumatori può solo che rafforzare la qualità del mercato e dei suoi operatori. Ma si sà che se il capitalismo italiano è fatto da truffatori e sanguisughe, il potere governativo può solo continuare a garantirne la sopravvivenza in questo modo: calpestando i diritti dei cittadini onesti.

E chiudo ancora dicendo: voi credete che il governo Berlusconi farà davvero partire quel che rimane della class action i prossimo 1 luglio 2009?

aggiornamento 26/06/2009: ennesimo rinvio del Governo per decreto legge della class action che slitta al 1 gennaio 2010. E voi ci credete ancora che entri in vigore fin tanto che c’è Berlusconi al Governo? Ma c’è una novità: la class action si potrà far valere solo per gli eventi che si verificheranno dopo il 1 gennaio 2010 (dl 78/2009), cancellata completamente la retroattività della norma.

leggi anche: Class action secondo rinvio di Berlusconi che se ne frega dei consumatori truffati e che continuano ad essere presi in giro

Terremoto L’Aquila e il decreto legge sulla ricostruzione coi soldi “finti” di Berlusconi

05/05/2009 alle 09:31 | Pubblicato su cronaca, economia, politica | 2 commenti
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Il decreto legge del Governo sull’Abruzzo (D.L. 28 aprile 2009, n. 39) ha finalmente mostrato nero su bianco che i soldi per la ricostruzione saranno in gran parte trovati attraverso nuove lotterie, interventi sul lotto (più estrazioni), tenendo aperte le tabaccherie anche nei giorni festivi e attraverso misure anti-evasione rispolverando l’idea di un nuovo scudo fiscale.  I circa 4,7 miliardi di euro stanziati solo sulla carta saranno, inoltre, spalmati su un periodo di tempo che andrà fino al 2033. Sarà necessario, dunque, prima incassarli questi soldi e poi saranno erogati.

Il denaro da poter usare subito per la ricostruzione ammonta a 1 miliardo di euro, meno le spese già fatte per affrontare l’emergenza post scossa di terremoto. Rimarrebbero in questo modo 700 milioni di euro destinati alle case temporanee che dovrebbero accogliere gli aquilani, così ripartiti; 400 milioni per quest’anno e 300 milioni per il 2010. Quindi solo entro il 2010 tutte le case “provvisorie” saranno messe a disposizione degli sfollati. E a partire dal 10 settembre, come ha detto Berlusconi, partità la consegna delle case salvo ritardi – tanto le tende – ha sottolineato il Premier – sono tutte dotate di sistema di riscaldamento.

Il decreto recita pure che queste case provvisorie saranno “a durevole utilizzazione” per cui chissà quanto tempo verranno abitate dai terremotati.

I finanziamenti che il Governo secondo il decreto concede ai terremotati per la ricostruzione ammontano al massimo a 150 mila euro per la prima casa: 50 mila a fondo perduto, 50 mila sotto forma di credito d’imposta per 22 anni (quindi ce li mette il terremotato subito) e 50 mila offerti attraverso un mutuo agevolato che il terremotato si deve accollare. E se non ha i redditi sufficienti per prendere il mutuo? E se non ha i 50 mila euro da parte per avviare i lavori? Con cosa la costruisce la sua casa?

E le case nel centro storico? Le si ricostruisce con appena 50 mila euro? Inverosimile davvero.

Le uniche certezze di questo decreto sono che anziani e persone dalle modeste condizioni economiche rimarranno nelle “casette” per molto tempo, molto molto tempo! E molti anziani ci moriranno dentro le casette senza rivedere mai più una casa di mattoni.

Il decreto dovrà essere convertito in legge e pertanto potrà subire modifiche, ma l’impianto che se ne ricava e quello di una grande bufala servita agli abruzzesi e mal spiegato al resto degli altri italiani.

Infine tutto sarà gestito da Bertolaso, persino il sindaco de L’Aquila è stato escluso dalla gestione dei fondi.

Il decreto terremoto contiene anche una norma che disciplina lo svolgimento del G8 in Abruzzo. L’articolo 17 del provvedimento prevede infatti che, “al fine di contribuire al rilancio dello sviluppo socio-economico dei territori colpiti dalla crisi sismica, il grande evento del vertice G8 che avrà luogo nei giorni dall’8 al 10 luglio 2009 si terrà nel territorio della città dell’Aquila”.

Spero solo che gli abruzzesi capiscano stavolta l’ennesima presa per il fondelli di Berlusconi, la seconda in verità dopo la balla clamorosa della campagna elettorale dello scorso novembre 2008 per le elezioni regionali. Nessun giornalista però ha pensato bene di ricordarglielo durante le numorose conferenze stampa durante le sue visite a L’Aquila!

leggi anche: Terremoto L’Aquila: le bugie di Berlusconi agli aquilani che protestano a Roma davanti Montecitorio e la censura del TG1

leggi anche: FALSATO IL RISCHIO SISMICO DELL’ABRUZZO

Lo scudo fiscale 3: Berlusconi ci riprova

31/03/2009 alle 07:39 | Pubblicato su economia, politica | Lascia un commento
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Nel 2001 e nel 2002 il Governo Berlusconi diede l’avvio al più grande rimpatrio giuridico di capitali fuggiti all’estero. Venne data la possibilità agli evasori fiscali di far emergere i capitali portati illecitamente fuori dall’Italia, senza che rientrassero nel nostro Paese.  In poco meno di tre anni emersero circa 80 miliardi di euro dai paradisi fiscali. Una decina di giorni fa Berlusconi ha detto che se l’Europa approverà, è pronto a varare nuove misure per far rientrare capitali dai paradisi fiscali oltre oceano. Agevolazioni e sconti fiscali interesserebbero tutti quelli che riportando capitali in patria sottoscrivessero titoli pubblici e investissero nelle proprie aziende.

Se tra i Paesi UE nessuno per il momento ha raccolto l’invito a varare misure in queste senso, il nostro Paese ha fatto da apripista alla discussione.  Tra i partner europei in molti sostengono che gli evasori sono criminali che dovrebbero essere puniti e puntano al fatto che diverse amnistie fiscali applicate in passato, ad esempio in America Latina o in Germania, non sono state un deterrente contro l’evasione. In un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, in tanti, pensano che una nuova amnistia fiscale potrebbe essere la consacrazione dell’impunità dei furbi che avrebbe come risultato di raccimolare solo le briciole e di dare un nuovo impulso all’evasione.

In questo scenario si inserisce la proposta USA che Barack Obama ha fatto per offrire agli evasori americani un accordo fiscale non punitivo a tutti coloro che ammettono di aver portato denaro su conti correnti esteri, una mossa che probabilmente sarà accolta con favore dalla Svizzera e da altri Paesi se allenterà il controllo sulle loro operazioni off-shore.

Washington sta guidando una guerra globale contro l’evasione fiscale e sta facendo pressione sulla principale banca svizzera, UBS, perché riveli i nomi di migliaia di suoi clienti Usa in un’inchiesta sulla frode fiscale. Stanno promettendo multe di minore entità e nessuna accusa penale a coloro che volontariamente contatteranno le autorità americane nei prossimi sei mesi.

Dal momento che il denaro portato all’estero nei paradisi fiscali è normalmente protetto da severe regole di segreto bancario, al livello mondiale non ci sono dati ufficiali sul totale della cifra evasa.  Il Boston Consulting Group stima che il denaro nascosto in conti esteri possa ammontare a circa 7.000 miliardi di dollari, non tutti non dichiarati, di cui circa un terzo si trova in Svizzera.

In un periodo di così forti tensioni sociali,  non sarebbe meglio se i governi occidentali faccesso quadrato contro le banche che pure hanno ricevuto e continuano a ricevere ingenti finanziamenti pubblici, per costringerle a vuotare il sacco sui loro clienti che hanno distratto denaro nei paradisi fiscali? Piuttosto che premiare costoro alla faccia di chi, invece, è costretto a vivere e lavorare pagando fino all’ultimo centesimo di imposte?

Se nel nostro Paese ogni hanno vengono evasi circa 250 miliardi di euro è davvero così urgente intervenire nel premiare chi, invece, se ne infischia dello Stato e della cosa pubblica? Ebbene gli evasori hanno ricevuto l’ennesimo messaggio benevolo dal Premier perchè se la crisi, deve generare un cambiamento nei comportamenti sociali di tutti, non si capisce perchè chi evade debba continuare a ricevere gratificazioni, sconti e premi fiscali. E alla fine è arrivato anche il terremoto a dare una mano a Tremonti che così avrà meno problemi nel realizzare l’ennesima presa in giro nei confronti degli italiani onesti.

leggi anche: Evasione fiscale sempre più dilagante. Allarme del Dipartimento delle Finanze. Chi ci guadagna e chi ci perde.

leggi anche: Scudo fiscale: dipendenti coglioni e lavoratori autonomi leoni


Acea, Roma – super bonus da 7 milioni di euro alla faccia della crisi agli ex amministratori cacciati da Alemanno

29/03/2009 alle 10:11 | Pubblicato su economia, politica | 1 commento
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All’inizio di marzo il titolo  Acea  (la società elettrica controllata dal comune di Roma) è letteralmente affondato in borsa, dopo l’addio dell’amministratore delegato, Andrea Mangoni, dimissionario  perché non più gradito al Comune di Roma, azionista di maggioranza della società. Ad oggi il titolo ha perso più del 20% e diversi ed importanti analisti di mercato, hanno abbassato il giudizio sul titolo da “outperform” (rendimento superiore rispetto al mercato) a “underperform” (inferiore al mercato) con un taglio del prezzo obiettivo da 15 a 9 euro.
Stando a quanto ha riferito nei giorni scorsi “Il Sole-24 ore”, per andare via gli ex-vertici di Acea sono stati  “premiati” con ben 7 milioni di euro: 3 all’ex Ad Mangoni e due ciascuno ai consiglieri Salvi e Neri.

Al centro di tutta la vicenda ci sono le tensioni tra l’ormai ex ad e il Comune di Roma  sul piano di riassetto messo in cantiere dopo che lo scorso anno è nato il colosso franco-belga Gaz de France-Suez, che proprio da Suez ha ereditato poco meno del 10% di Acea (4,9% tramite Electrabel Italia a cui va aggiunto un altro 4,9% di Ondeo). L’avanzata dei transalpini si gioca attorno all’asset della distribuzione del gas dopo che lo scorso anno Romana Gas, già controllata da Italgas (gruppo Eni) era finita in Suez in seguito all’acquisizione (chiusa poco prima della maxifusione tra Gdf e Suez) di Distrigaz da parte di Eni.

Il cda di Acea ieri ha nominato come nuovo amministratore delegato Marco Staderini ritenuto vicino a Francesco Gaetano Caltagirone che, in base agli ultimi dati della Consob a febbraio deteneva il 5,029 per cento del capitale.

Staderini, cinquantenne romano, intimo amico di Pier Ferdinando Casini e quindi della famiglia Caltagirone, era stato nominato dallo stesso ex-Presidente della Camera consigliere d’amministrazione alla Rai. E’ stato anche Ad di Lottomatica sempre per nomina politica . Membro della Fondazione Bellonci, presieduta da Antonio Maccanico, Staderini nel 1974 entra a far parte in qualità di programmatore del gruppo Finsiel e nel ’76 passa alla Sogei. E’ anche Cavaliere del lavoro e sotto i governi dell’Ulivo è stato anche nominato consigliere della Presidenza del Consiglio per l’information Tecnology. Insomma un uomo nato e cresciuto per nomina politica nel corso degli anni con un gradimento trasversale da destra a sinistra. Qual è la meritocrazia all’interno del centro-destra che Alemanno rinfacciava a Veltroni di non aver mai applicato nelle sue scelte per la nomina degli amministratori delle società del Comune?

L’ultimo atto  del management uscente è stato quello dell’apertura di una nuova procedura di mobilità (l’azienda ne ha già portate a casa tre con un saldo negativo di occupati pari a circa 1000 persone) per ulteriori 120 risorse che dovrebbero lasciare l’ACEA nel prossimo triennio. Ci chiediamo se dei manager che hanno portato la società all’utile, già ben retribuiti con appannaggi d’oro, debbano essere ulteriormente ricoperti di denaro per lasciarsi “da amici” senza rancori, mentre la crisi economica avanza e sempre più famiglie rischiano di andare a finire per strada, anche e soprattutto in una città come Roma, dove le sproporzioni di reddito sono tra le più elevate del Paese. Quale etica può rappresentare un risultato simile in un momento così difficile per il Paese?

Dall’insediamento di Alemanno al Comune di Roma sta andando avanti, piano piano, il riposizionamento delle pedine del potere: dopo l’arrivo della sorella all’Agenzia del Territorio e il ricambio di numerosi altri manager delle municipalizzate romane, il nuovo Ad di Acea è lo scacco finale alla conquista del controllo economico del potere nella capitale.

La crisi del credito spiegata per immagini da Jonathan Jarvis

16/03/2009 alle 10:30 | Pubblicato su economia | 2 commenti
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Jonathan Jarvis, brillante designer californiano, ha realizzato questo video che spiega in maniera semplice e veloce l’origine e lo sviluppo della crisi finanziaria che dagli Stati Uniti ha contagiato tutto il mondo. Da guardare!!!

prima parte

seconda parte

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Credit default swaps e il rischio sul debito pubblico italiano

15/03/2009 alle 12:24 | Pubblicato su economia, politica | 5 commenti
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I Credit Default Swaps (CDS) sono stati inventati da Wall Street alla fine del 1990. Consistono in strumenti finanziari destinati a coprire le perdite di banche, società, stati e obbligazionisti, quando questi ultimi vanno in default – quando cioè non riescono più ad onorare il rimborso del prestito.

In sostanza, si tratta di una forma di assicurazione. Il suo scopo è di rendere più agevole l’emissione di titoli di debito riducendo il rischio per l’acquirente. Facciamo un esempio: un risparmiatore acquista 1 milione di euro di obbligazioni della banca X e si assicura contro il rischio di mancato rimborso di quel prestito a scadenza. Se la banca che ha emesso l’obbligazione fallisce, l’assicurazione risarcisce l’assicurato per la sua perdita.

Il mercato dei credit default swap è enorme. Negli Stati Uniti agli inizi degli anni 2000, aveva raggiunto quota 900 miliardi di dollari per arrivare fino ai giorni nostri a quasi 50 miliardi di dollari. Circa due volte le dimensioni di tutto il mercato azionario statunitense. E nel mondo si contano quasi 30 trilioni di dollari di questi strumenti finanziari, più dell’interno PIL mondiale.

Ma la speculazione è ben presto arrivata anche sui cds. Il mercato dei cds è molto esteso come abbiamo detto, in molti casi l’ammontare di questi strumenti in circolazione e riferiti ad un singolo ente è ampiamente superiore alle obbligazioni in circolazione. Ad esempio, la società X potrebbe avere 1 miliardo di dollari di debito in circolazione e 10 miliardi di dollari di contratti cds in circolazione. Qualora la società X risultasse insolvente, e si riuscisse a recuperare solo 40 centesimi per dollaro, la perdita per gli investitori che detengono le obbligazioni ammonterebbe a 600 milioni di dollari. La perdita per coloro che hanno venduto CDS ammonterebbe invece a 6 miliardi di dollari. Invece di disperdere il rischio, i cds di fatto amplificano le perdite nel caso di insolvenza.

E proprio per questo motivo che il colosso delle assicurazioni americano A.I.G. è stato nazionalizzato nel settembre 2008 dal Governo USA, per evitare che il suo defaut creasse una catena di fallimenti in tutto il mondo a causa dell’ingente quantitativo di contratti di credit default swap sottoscritti dalla società.

Warren Buffett uno degli uomini più ricchi del mondo, soprannominato anche “l’oracolo di Obama”, ha definito in una famosa frase i CDS come “armi finanziarie di distruzioni di massa”.

Ma i cds assicurano anche il debito pubblico degli stati: vuol dire che i grandi investitori che sottoscrivono titoli di stato (come i bot e i btp nostrani emessi dal Ministero del Tesoro), si assicurano contro l’eventuale rischio di insolvenza del Paese emittente. Ovviamente non si assicurano i piccoli risparmiatori che acquistano 30-50 mila euro di bot, ma lo fanno le grandi banche oppure le grandi società, i cosidetti investitori istituzionali.

  1. IRLANDA 347
  2. AUSTRIA 275
  3. GRECIA 259
  4. ITALIA 200
  5. AUSTRALIA 187
  6. HONG KONG 162
  7. REGNO UNITO 159
  8. SPAGNA 152
  9. SVEZIA 149
  10. BELGIO 148

Questa classifica mostra la top-ten dei principali paesi industrializzati con il relativo valore del contratto cds a 5 anni, necessario per assicurarsi contro un’esposizione di 10 milioni di euro su titoli di stato. I valori variano quotidianamente.

Per l’Irlanda, ad esempio, costa 347 mila euro assicurarsi da un’esposizione di 10 milioni di euro su titoli del Tesoro. Le quotazioni dei Cds dopo il fallimento nel settembre scorso di Lehman brothers si sono impennate e sono monitorati attentamente dagli stati e dai principali organismi internazionali.

I timori che serpeggiano in questi giorni nel vecchio continente fanno temere per la bancarotta di uno stato dell’Unione Europea con la sua conseguente uscita dall’euro. L’esposizione fuori controllo di capitali nell’est europeo dell’Austria, ad esempio, ne farebbe uno dei principali candidati. E nemmeno il suo rating, ancora tripla A, sembrerebbe poterla salvare. A Londra, operatori finanziari autorevoli azzardano che se ci sarà il default dell’Austria non basteranno certo i Tremonti-bond a evitare i fallimenti o le perdite di capitalizzazione delle banche italiane (molto esposte nelle economie dell’est europeo). Per alcuni istituti italiani, infatti, si stimano perdite almeno del 25% sul totale. Insomma la situazione è grave.

Come ama ripetere il Ministro Tremonti, che accusa i giornali di fare terrorimo, lo Stato italiano ha il terzo debito del mondo senza avere la terza economia del mondo. Ma nonostante i suoi attacchi ai media, il debito pubblico continua ad essere fuori controllo. La Banca d’Italia ha comunicato venerdì scorso che alla fine del 2008 il debito pubblico italiano si è attestato a 1.663.637 milioni ovvero al 105,8% del prodotto interno lordo, in rialzo rispetto al 103,5% del Pil del 2007 (1.598.975 milioni).

Il rischio del default-Italia purtroppo esiste ed è reale quanto tangibile, forse prima toccherà ad altri Paesi europei, ma a nessuno è dato saperlo. Certo è che i media non ne parlano proprio e lo stesso Tremonti preferisce defilarsi quando i giornalisti gli fanno domande scomode sulle banche italiane.

Il problema è che tutti gli Stati europei, per finanziare deficit crescenti causati dal pompaggio di soldi nelle banche disastrate ed in piani d’emergenza di stimolo all’economia, emetteranno nel 2009 una montagna di titoli di stato (2000 miliardi in UE e 3000 miliardi in USA!)

Anche l’Italia bussa alle porte del mercato con emissioni nutrite: un record è già stato toccato a fine gennaio, con 41 miliardi di titoli tipo Bot, e 25 di titoli a più lunga scadenza.
L’«ingorgo» di emissioni nei prossimi mesi fa aleggiare lo spettro dell’asta semi-deserta o deserta…per questo aumentano gli spread degli stati più a rischio come l’Italia: per evitare che l’asta vada deserta bisogna pagare più interessi agli investitori, bisogna “attirarli” con un maggiore rendimento
Questo “giochino” però a noi costa caro: ogni anno aumenta l’interesse da pagare sul nostro colossale debito pubblico ed i nostri conti peggiorano…Il proverbiale cane che si morde la coda. Ed è anche per questo che il Ministro Sacconi lo scorso dicembre si fece scappare certi “Lapsus”…

3/12/2008
Sacconi: “Non possiamo permetterci neanche lontanamente che vada deserta un’asta pubblica di titoli di Stato. Ci sarebbe una carenza di liquidità per pagare pensioni e stipendi e faremmo come l’Argentina”
Sacconi aggiunge di essere anche lui “preoccupato per il rischio di default del Paese. E c’è – ha proseguito – qualcosa di peggiore della recessione che è la bancarotta dello Stato, una ipotesi improbabile ma comunque possibile”. Parole non certo tranquillizanti, tanto che poco dopo il ministro corregge il tiro, precisando in una nota: “Non ho mai detto che può esserci un rischio di tale natura. Sono costretto a intervenire dalla disinvoltura con cui alcuni hanno interpretato una considerazione più volte ripetuta circa la necessità di tenere alto il livello di guardia sul debito pubblico, attribuendomi addirittura un presunto ‘rischio bancarotta’”.

9/12/2009 I timori degli altri paesi membri dell’UE si materializzano di ora in ora. Ieri l’agenzia di rating Fitch ha abbassato il rating della Grecia a BBB+ con outlook negativo, di riflesso alle preoccupazioni che circondano rispetto all’andamento delle sue finanze pubbliche e alle incertezze che gravano sulla ripresa economica. I timori di “un eventuale default all’interno dell’unione monetaria è possibile”, a detta di Peter Vanden Houte, capo economista per l’area euro di Ing, secondo cui la reazione del mercato all’annuncio di Fitch è dettata “da una genuina paura della bancarotta” di Atene.  Una possibilità che sembrava essere stata scongiurata nel periodo più nero della crisi finanziaria, ma che si ripresenta per la Grecia, il membro più debole dell’Eurozona. Lo scorso anno si era temuto per l’allargamento degli spread in tutti i Paesi europei, in particolare Francia e Italia. A un anno di distanza gli spread si sono ridotti, tranne che per Irlanda e Grecia.

I giudizi di Fitch e S&P si riflettono anche sui titoli di Stato. Lo spread fra i bond governativi a 10 anni di Grecia e Germania ha raggiunto i 226 punti base, ai massimi da aprile. Al contempo il costo per assicurare il debito sovrano della Grecia contro il rischio default è salito ulteriormente: i credit default swap (CDS) a cinque anni sul debito greco sono cresciuti a 211 punti base, in rialzo di 20 pb dalla chiusura di lunedì.

Tuttavia gli investitori si stanno assicurati maggiormente contro il default dell’Italia che per ogni altro Stato, secondo la società finanziaria DTCC ” pone l’Italia al primo posto seguita a lunga distanza da Spagna, Germania, Brasile e Grecia. L’Italia è prima grazie al suo enorme debito pubblico.  Ecco la classifica della posizione dei CDS dei principali paesi occidentali al 26 novembre scorso.



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Privatizzazione dell’acqua: crisi idrica planetaria al Forum Mondiale sull’Acqua

15/03/2009 alle 05:18 | Pubblicato su ambiente, economia, politica | Lascia un commento
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Lunedì 16 marzo si aprirà ad Istanbul il quinto forum mondiale sull’acqua.   Il Wordl Water Forum che fino al 22 marzo impegnerà oltre diecimila partecipanti delle più importanti organizzazioni non governative che si battono contro la privatizzazione dell’acqua, ha l’obiettivo di inserire la crisi idrica mondiale nell’agenda internazionale. Il Forum di quest’anno vedrà la partecipazione di capi di Stato internazionali, rappresentanti delle Nazioni Unite, ministri, parlamentari, autorità locali e altri funzionari governativi, oltre a professionisti del settore idrico, attivisti e altre parti interessate.

Entro il 2030 quasi la metà della popolazione mondiale vivrà in zone con carenza d’acqua e autorevoli rapporti dell’Onu parlano di seri rischi per la sopravvivenza stessa dell’umanità su più di un terzo del Pianeta. Lo dice il  rapporto ‘L’Acqua in un Mondo in Trasformazione’ redatto da oltre due dozzine di istituzioni dell’Onu. Non solo. Per il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite, nel 2025 due terzi del pianeta vivrà in condizioni di stress idrico se continueranno gli attuali modelli di consumo. Ma è una crisi che già oggi ha numeri e sofferenze alte.

Circa un miliardo di persone, secondo le ultime stime internazionali, infatti, già ora non dispone di acqua potabile, circa 2,5 miliardi non possiedono i servizi sanitari, solo il 16% usufruisce di acqua in casa, mentre l’84% deve cercarla presso fonti dove è scarsa o di qualità scadente. Inoltre 8 milioni di persone, perlopiù bambini, muoiono ogni anno per malattie legate a carenza di acqua. E il futuro si fa ancora più nero.

La privatizzazione dell’acqua che sarà il più grande business dei prossimi anni, sarà anche la più grande arma di ricatto che l’Occidente potrà esercitare sui paesi in via di sviluppo e, inevitabilmente, provocherà  anche guerre catastrofiche.

post correlati La privatizzazione dell’acqua di Berlusconi

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Di Pietro: Berlusconi è inadeguato a gestire la crisi

08/03/2009 alle 12:33 | Pubblicato su economia, politica | Lascia un commento
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L’intervento di Antonio Di Pietro che venerdì scorso a Napoli ha incontrato i cassaintegrati e le maestranze della Fiat, Tirrenia, Atitech, Selfim Ibm, Telecom, ed altre voci della crisi occupazionale che investe la Campania.

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BHW mutuo casa alle coppie gay solo uno spot

03/03/2009 alle 22:39 | Pubblicato su economia, media | 6 commenti
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La notizia rilanciata dalle agenzie di stampa questo pomeriggio,  domani sarà ripresa da tutti i media come innovativa e di rottura.  BHW, banca tedesca specializzata nell’erogazione di mutui ipotecari, stipula una convenzione con l’Arcigay per mutui agevolati alle coppie di fatto gay e lesbiche.  In tempi di crisi con il mercato dei mutui fermo è sicuramente un’ottima strategia di marketing, specie se ufficialmente si riconosce la comunità gay come target di mercato ben preciso.  Cosa che da qualche anno fanno le grandi aziende  anche nel nostro Paese senza però istituzionalizzarlo.

Ma questo accordo di BHW con l’Arcigay è la stessa convenzione che questa banca ha con  diverse altre categorie già convenzionate, come ad esempio le forze dell’ordine  e i loro familiari che ricevono una riduzione dello 0,15% sullo spread del mutuo.  Nè più nè meno. Lo scoop che questa banca vuole fare è solo nell’attenzione mediatica che questa notizia riceverà da giornali e tv.

Perchè nessuna banca rifiuta il mutuo a due persone dello stesso sesso che si comprano casa.  Se ci sono i presupposti reddituali la banca eroga senza problemi.  Il problema oggi è trovare i clienti con i requisiti reddituali in grado di sostenere la rata del mutuo, questo è il vero problema. Le banche cercano clienti di qualità, con redditi elevati.

E i gay non sono stupidi.  Quindi sapranno  che una banca che opera attraverso una rete di agenti (come BHW), quindi liberi professionisti, che vengono pagati a provvigione, ha implicitamente dei costi maggiori rispetto ad una banca che offre il proprio prodotto mutuo attraverso le proprie filiali sul territorio con dipendenti a stipendio oppure direttamente e solo on line.

Brava dunque all’Arcigay per la convenzione, ma di sicuro BHW non è la banca più conveniente e competitiva in Italia a cui richiedere un mutuo.    Lo è addirittura e di più Poste Italiane, che applica alle proprie categorie convenzionate  uno spread bassissimo che nemmeno più le grandi banche italiane possono permettersi di offrire ai propri clienti migliori.

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